Modifica provvedimenti conseguenti la separazione e il divorzio

Modifica provvedimenti conseguenti la separazione e il divorzio

Diritto di famiglia

I coniugi o gli ex coniugi possono sempre chiedere la modifica dei provvedimenti assunti dal Tribunale all’esito di un procedimento in materia di separazione o divorzio, sia relativamente agli assegni di mantenimento e/o alimenti sia con riguardo alla prole. Il procedimento si svolge in camera di consiglio ai sensi dell’art. 710 c.p.c., ma è un procedimento contenzioso nel pieno contraddittorio delle parti. Previa audizione delle parti, infatti, il Tribunale provvede all’ammissione anche di mezzi istruttori. Possono essere assunti provvedimenti provvisori, che possono sempre essere modificati nel corso del giudizio. Il giudizio si instaura mediante un ricorso avanti il Giudice del luogo in cui è sorta l’obbligazione controversa, cioè il luogo in cui è stata omologata la separazione o emesso il divorzio, dovendo ritenersi applicabili i criteri oridnari di compenteza e quindi è pure competente il Giudice del luogo in ciu risede il convenuto e/o quello in cui risiede l’avente diritto al pagamento dell’obbligazione ex artt. 18, 19 e 20 c.p.c.. Il giudizio secondo la giurisprudenza prevalente legittima la partecipazione dei soli coniugi e quindi non del figlio divenuto maggiorenne. La legge prevede, come requisito per la modificabilità dei provvedimenti il sopravvenire di “giustificati motivi” dopo la sentenza che pronuncia l’omologa della separazione o lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio e può giustificare la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere. Pertanto, anche l’assegno divorzile erogato periodicamente può essere modificato. I giustificati motivi richiamati dal legislatore possono consentire, pertanto, una revisione di statuizioni che, nella maggior parte dei casi, attengono a obblighi di natura economica e che si giustificano non tanto sulla base del mero mutamento delle condizioni economiche dei coniugi, ma soprattutto in considerazione della entità di tale modificazione. “L'articolo 9 della legge sul divorzio subordina la modifica degli obblighi di mantenimento previsti dagli articoli 5 e 6 della stessa legge alla sopravvenienza di giustificati motivi. Tale allocuzione sta a indicare che non è sufficiente il mutamento delle condizioni economiche patrimoniali del coniuge debole per giustificare una diversa quantificazione del quantum dell'assegno, ma è necessario che il mutamento sia di entità tale da modificare sostanzialmente le condizioni valutate dal giudice all'atto della pronuncia di divorzio.” (Cass. Sezione I, sentenza 16 dicembre 2004 n. 23359). I “giustificati motivi” consentono non solo una revisione e un’elisione di un assegno già riconosciuto in sede di divorzio, ma anche l’attribuzione di assegni prima non riconosciuti o addirittura nemmeno richiesti dal coniuge debole. Il mutare delle condizioni economiche in senso peggiorativo può discendere da vicende personali e lavorative del coniuge (licenziamento, dimissioni, pensionamento, contrazione dei guadagni, fallimenti dell’impresa, cessazione dell’attività professionale, insorgenza di patologie). Ovviamente vale analogo e reciproco discorso è applicabile per eventuali aumenti di reddito dovuti a promozioni, riconoscimento di brevetti aziendali, cambio di mansioni. Le condizioni di operatività dell’art. 9 della legge sul divorzio, la quale richiede non solo che siano intervenute medio tempore delle modifiche delle condizioni patrimoniali degli ex coniugi (“giustificati motivi”), ma esige, altresì, che tali mutamenti siano idonee ad incidere sull’assetto delineato dal provvedimento giudiziale, attraverso un giudizio comparativo delle condizioni economiche attuali di entrambe le parti. Un costante orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte ha inoltre, ribadito quanto sostenuto dal costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, ossia che la ratio dell’assegno divorzile consiste nella necessità di assicurare in ogni tempo il mantenimento di un tenore di vita adeguato alla pregressa posizione economico sociale dell’ex coniuge. È ormai consolidato, infatti, l’orientamento della Corte di Cassazione, ribadito in una recente decisione, secondo cui “il provvedimento di revisione dell'assegno divorzile - previsto dall'art. 9 della legge n. 898 del 1970 - postula non soltanto l'accertamento di una sopravvenuta modifica delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma anche la idoneità di tale modifica a mutare il pregresso assetto patrimoniale realizzato con il precedente provvedimento attributivo dell'assegno, secondo una valutazione comparativa delle condizioni economiche di entrambe le parti” (Cass. n. 1595/2008; Cass n. 6/2008 e Cass. 10133/2007).  Ai fini della possibilità di ottenere una modifica delle condizioni economiche, non è possibile la previa tipizzazione delle circostanze al sopravvenire delle quali l’assegno di mantenimento può essere escluso o ridotto; occorre valutare caso per caso se e in che misura siano sopravvenute nuove circostanze successivamente allo scioglimento del vincolo di coniugio, per poi verificare se esse siano effettivamente tali da alterare l’equilibrio economico fissato dalle precedenti statuizioni e giustificare una nuova determinazione dell’assegno. La Suprema Corte (sentenza n. 12121/04) ha infatti affermato che “la teorica possibilità del coniuge privo di reddito di reperire un'occupazione non elide il dovere di solidarietà (persistente fra i coniugi anche dopo la separazione: cfr. Cass. 5253/2000, 13666/1999, 4094/1998, 2349/1994) ed il conseguente obbligo di condivisione dei beni e di sostegno verso il coniuge più debole, mediante la corresponsione di un assegno di mantenimento (ricorrendone gli altri presupposti di legge), nella misura indicata dalle circostanze.

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